Un pianeta ad aria condizionata: chi paga il conto del global warming?

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Chi accetta volentieri di guidare dentro un’auto arroventata? Chi non desidera un po’ di fresco in ufficio quando ha davanti otto ore di lavoro e fuori l’asfalto si scioglie? E chi non utilizzerebbe un po’ di questo freddo controllato anche in casa, avendone la possibilità?

Ormai l’aria condizionata è diventata un accessorio indispensabile, una bolla di atmosfera personalizzata pronta a seguirci ovunque: in macchina, al bar, al supermercato, dal barbiere, in palestra, al cinema.  È una virtuale “tuta gassosa” da indossare ad ogni evenienza, ma che costituisce al tempo stesso una difesa e una minaccia: ci protegge dal caldo, ma contribuisce a produrlo se si usa elettricità ricavata da combustibili fossili.

Secondo un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia nel 2050 saranno in funzione circa 5,6 miliardi di condizionatori nel mondo. Significa che triplicherà il fabbisogno energetico degli impianti di climatizzazione, con un consumo elettrico complessivo equivalente a quello odierno di Europa, Stati Uniti e Giappone. Un costo ambientale enorme, che se non arginato immediatamente trascinerà tutti verso il disastro climatico.

Chi pagherà allora il conto del global warming (riscaldamento globale)? Se lo chiede Antonio Cianciullo nel suo ultimo libro Un pianeta ad aria condizionata, pubblicato in Italia da Aboca Edizioni. Un racconto accurato di come la rivoluzione industriale abbia ridotto il mondo, creando inquinamento e disparità sociale e imponendo, oggi, una necessaria transizione ecologica e solidale.

“Un pianeta ad aria condizionata”, il libro di Antonio Cianciullo pubblicato da Aboca Edizioni.

Secondo il noto giornalista, da trent’anni firma di riferimento per “La Repubblica” sui temi ambientali, lo sfruttamento delle risorse fossili è stato finora il più vantaggioso solo perché nel bilancio dei costi e dei benefici non sono mai stati inclusi gli effetti dell’inquinamento e i danni all’ecosistema e alla salute delle persone. Chi sostiene questa forma di benessere, rivendica il diritto a bruciare carbone e usare il petrolio indiscriminatamente, in nome della modernità.

Ma la modernità registra oggi un innalzamento delle temperature a causa dell’attività dell’uomo a una velocità mai sperimentata nella storia. Un dato che provoca instabilità crescente, alterando il nostro immaginario, la vita quotidiana, le migrazioni, il concetto stesso di sicurezza.

Il surriscaldamento può così portare a un esito drammatico, con la crescita dei conflitti globali, oppure generare un grande progetto di rilancio “green” che per Cianciullo è fatto non di rinunce, ma di nuove tecnologie a sostegno delle persone.

Un cambio di paradigma che può far migliorare le città e far prosperare le popolazioni. E che conviene a tutti, a patto che tutti salgano a bordo del cambiamento

«Non è troppo tardi per rimediare alla crisi climatica, perché la rivoluzione industriale ha prodotto al tempo stesso il problema e i mezzi per risolverlo: abbiamo le conoscenze scientifiche per misurare il rischio; la capacità tecnologica per sostenere la riconversione green; un’opinione pubblica che chiede sicurezza ambientale e sociale; una maggiore empatia con la natura che comincia a emergere».

Solo il disastro stimola l’audience

Il caldo guadagna audience solo quando le ondate di calore raggiungono picchi drammatici. È solo allora che scattano le critiche al sistema sanitario inadeguato, gli attacchi alle istituzioni inefficienti, i dibattiti filosofici sul senso di una società che lascia morire gli anziani di caldo e di solitudine.

Il nesso tra il caldo e il consumo di petrolio è invece più complesso e ramificato: ci coinvolge ogni volta che accendiamo una lampadina o mettiamo in moto una macchina.

Ma di fronte al pericolo costituito da un’aria troppo calda o troppo inquinata, creare una climatizzazione personale appare così più semplice che riportare a regime il clima. E infatti l’aria condizionata raggiunge ormai luoghi impensabili: a Devotio, la fiera dei prodotti e servizi del mondo religioso, nel 2019 sono stati presentati confessionali insonorizzati e climatizzati in grado di alleviare – almeno momentaneamente – anche le sofferenze termiche dei fedeli.

L’aria condizionata cambia la stessa immagine delle città, rischiando di togliere attenzione alla cultura tecnica, urbanistica e amministrativa che punta al godimento degli spazi pubblici attraverso l’accorta disposizione dei grandi alberi, la mappa delle vie disegnata tenendo conto dei venti e delle temperature, il gioco dell’acqua. 

A Cattolica, nel 2003, fu climatizzata per la prima volta in Italia un’intera piazza: appena il termometro arrivava a 30 gradi partiva un getto d’acqua nebulizzata, minuscole particelle di vapore acqueo che si diffondevano abbassando la temperatura di 5-6 gradi.

Nel 2013 una scuola privata frequentata dai rampolli dei diplomatici e dell’alta borghesia cinese, la International School of Beijing, ha speso 5 milioni di dollari per costruire un’enorme cupola climatizzata sui campi da tennis e sulle aree all’aperto in modo da proteggere dall’inquinamento i ragazzi anche durante le attività sportive.

Eppure una tecnologia per dare fresco senza scombussolare l’atmosfera ci sarebbe: si chiama architettura bioclimatica e risale addirittura al tempo degli Egizi. Si basa su fattori naturali come la ventilazione, il raffreddamento passivo e lo studio delle corrette disposizioni degli edifici: variabili che se tenute in considerazione sin dalla fase progettuale riuscirebbero a raffreddare strutture e luoghi anche nei climi più caldi.

L’aria diventa un brand

Oggi l’aria è personalizzata, su misura. 

Non è più gratis: si consuma a taglio, come la pizza. E ogni optional si paga a parte.

Il primo servizio a pagamento è la riduzione degli inquinanti da traffico e da riscaldamento: un cocktail a base di benzene, polveri sottili e ossidi di azoto. Limitare il contatto con questi elementi poco raccomandabili, evitare il raschietto fisso in gola, è un beneficio che si può ottenere frequentando zone meno contaminate, oppure investendo su un adeguato sistema di filtraggio e depurazione dell’aria.

Il secondo servizio a pagamento è la novità del “secolo caldo”: il controllo di temperatura e di umidità dell’aria. Per millenni è stata una prestazione gratuita offerta dagli ecosistemi, ma pochi decenni d’industrializzazione spinta sono bastati ad aprire un nuovo mercato: chi vuole il fresco deve mettere mano al portafoglio per crearsi un rifugio termico tailor made.

Chi può, dunque, si aggiudica la possibilità di evitare il sudore, l’aria che si appiccica alla pelle, la fatica di lavorare al caldo. Acquista sul mercato bolle d’aria personalizzata e le dispone in tutti i luoghi che frequenta. Compra aria, la adopera, scaricando in strada i residui termici della sua attività.

Il più importante degli elementi naturali comincia così a essere privatizzato, trasformato in un bene usa (in casa) e getta (nell’ambiente).

Anche se il diritto all’aria pulita per tutti resta una bandiera che nessuno mette ufficialmente in discussione, di fatto le fasce sociali deboli e i Paesi poveri sembrano destinati ad avere un accesso sempre più limitato all’aria di alta qualità.

Un climatizzatore in ogni casa

Dopo aver conquistato tutti gli uffici, l’aria condizionata si è mossa all’assalto delle nostre abitazioni.

In Italia il processo è iniziato nella seconda metà degli anni Novanta. Fino a quel momento l’ISTAT non si preoccupava nemmeno di sapere quanti avessero un condizionatore in casa. Se lo chiese per la prima volta nel 1997, quando scoprì che si trattava di appena il 6% degli italiani. Nel 2002 si passò già al 13,1% e da allora la crescita è proceduta a ritmo sostenuto, impennandosi definitivamente nelle ultime annate di caldo eccezionale, divenute sempre più frequenti. Secondo i più recenti dati a disposizione diffusi dall’Istituto, nel 2018 il possesso di condizionatori, climatizzatori e deumidificatori nel nostro Paese era pari al 41,4 %.

Anche a livello globale l’andamento è in costante ascesa. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che nei prossimi 30 anni si arriverà a quota 5,6 miliardi, il che vuol dire installare 10 nuovi apparecchi ogni secondo fino al 2050, quando ce ne sarà più di uno ogni due persone

Un record che verrà raggiunto grazie al boom dei consumi nei Paesi in transizione: Indonesia, India e Cina saranno responsabili da soli della metà di questo incremento, che coinvolgerà anche altri Stati meno ricchi e più caldi come Brasile e Messico, dove 84 case su 100 ancora non hanno l’aria condizionata.  

Di fronte a questi numeri resta da capire come sarà prodotta l’energia elettrica necessaria per farli funzionare. Ad esempio, nonostante cresca il peso delle rinnovabili, l’India va ancora largamente a carbone, con tutto quello che ne consegue in termini di inquinamento ed emissioni di CO2. 

Nelle aree remote e non collegate alla rete elettrica la richiesta di condizionatori potrà essere soddisfatta con soluzioni a basso impatto ambientale: tecnologie off-grid o micro reti locali alimentate da rinnovabili. Ma per evitare che a livello globale l’aumento dell’uso dell’aria condizionata aggravi sensibilmente la crisi climatica occorre agire su più fronti:

  • rigenerare le città creando sistemi naturali di difesa dal caldo;
  • aumentare l’efficienza dei climatizzatori adottando standard minimi che raddoppino la resa entro il 2050;
  • puntare su un forte rilancio delle fonti rinnovabili.

Particolarmente interessanti per la climatizzazione degli edifici sono poi gli impianti geotermici a bassa entalpia, diffusi soprattutto in Nord Europa e negli USA. Si tratta di una tecnologia che sfrutta il differenziale termico tra l’aria e gli strati superficiali del sottosuolo, e che attraverso un sistema di serpentine in cui scorre un fluido caldo o freddo – a seconda delle necessità del momento – fornisce energia sufficiente per riscaldare o rinfrescare i vari ambienti della casa.

L’autore

Antonio Cianciullo, giornalista e scrittore, segue da oltre trent’anni i temi ambientali per il quotidiano “La Repubblica”. Tra i suoi libri vanno ricordati: Atti contro natura (Feltrinelli, 1992), Il grande caldo (Ponte alle Grazie, 2004), Soft economy (Rizzoli, 2005, con Ermete Realacci), Dark economy (Einaudi, 2012, con Enrico Fontana), Ecologia del desiderio (Aboca, 2018).

Antonio Cianciullo, autore di “Un pianeta ad aria condizionata”, pubblicato da Aboca Edizioni.