Covid-19 ci ha ricordato che viviamo in un mondo iperconnesso dove anche i rischi per la salute sono condivisi.

Nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nell’affermare la salute come diritto fondamentale di ogni essere umano, si riconosce che la salute di tutti è condizione indispensabile per la pace e la sicurezza del mondo, dipende dalla piena cooperazione tra gli Stati e le disuguaglianze in salute e nel controllo delle malattie costituiscono un pericolo comune.

I virus viaggiano con noi e attraversano le frontiere senza dover presentare un passaporto; ed eccoci nel pieno di una pandemia, una epidemia globale.

Non è la prima e non sarà l’ultima.

Dalla peste di manzoniana memoria, alla pandemia di influenza che ha decimato la popolazione mondiale nel primo dopoguerra; dalle pandemie influenzali “asiatica” (1957) e “Hong Kong” (1968) che i lettori più anziani ricorderanno, alle più recenti di HIV/Aids che dal 1980 ha ucciso 33 milioni di persone e ne contagia ogni anno molte di più; la prima SARS del 2003, e poi l’influenza “suina” del 2009… per citare solo quelle più note.

Le epidemie, dunque ci sono sempre state, ma la novità è la loro sempre più rapida apparizione e diffusione, di pari passo con la fenomenale accelerazione del processo di integrazione e interconnessione tra le società umane oltre i confini geografici e politici che si osserva soprattutto a partire dal secondo dopoguerra.

Con il drammatico aumento della velocità, del volume e dell’estensione geografica delle interazioni e dei flussi transfrontalieri, non sono solo le epidemie di malattie infettive a diffondersi fino a divenire planetarie.  

L’innovazione tecnologica uno dei principali fattori alla base della globalizzazione, ha favorito anche la tendenza espansionistica del mercato alla continua ricerca di maggiori profitti e quindi della massima produttività e della riduzione dei costi dei fattori di produzione (manodopera, materie prime, trasporti, etc.) facendone ricadere sulla comunità i costi sanitari, sociali e ambientali.

Drammatico è l’impatto sulla salute di delocalizzazioni, lavoro sottopagato e senza garanzie, dello sfruttamento delle risorse naturali e di cicli produttivi altamente inquinanti (emissioni, fertilizzanti, pesticidi, antimicrobici, organismi geneticamente modificati, etc.), del marketing aggressivo per promuovere all’infinito i consumi – anche quelli nocivi (tabacco, alcol, bevande ad alto contenuto energetico, alimenti ultra processati, pericolose sostanze chimiche di uso domestico, etc.) – e stili di vita propri della società capitalista globalizzata.

Le forze di mercato hanno spinto comportamenti “globali” che si sono imposti sulle realtà e le abitudini locali, con conseguenze anche drammatiche sulla salute.

Così, assistiamo alla pandemia troppo silenziosa di malattie croniche e degenerative (obesità, diabete, malattie cardiovascolari, respiratorie, neurodegenerative, cancro, malattie mentali…), con un impatto fenomenale anche sulla capacità dei sistemi di salute di farvi fronte.

All’impatto sulla salute umana, si aggiunge quello sull’intero ecosistema, con i cambiamenti climatici che rappresentano una vera e propria “febbre” planetaria, che a sua volta si ripercuote sulla salute.

La vita quotidiana, in famiglia e sul lavoro gira a velocità senza precedenti ed è fonte di moderne patologie da stress, depressione e altri disturbi mentali, che nell’insieme sono tra le prime cause al mondo di morte e disabilità.

Il fast-food è una delle icone della società globalizzata, contribuendo alla pandemia di obesità e di molte malattie croniche.

Il consumo crescente di antimicrobici (sostanze che uccidono o inibiscono la crescita dei microrganismi) in medicina, ma soprattutto nell’industria zootecnica per permettere (in uso combinato con ormoni e mangimi di origine animale) allevamenti intensivi, è all’origine della crescita esponenziale di ceppi di microrganismi (es: virus, batteri, parassiti) resistenti agli antimicrobici.

Certo, grazie alla interconnessione globale idee e opinioni si scambiano quasi istantaneamente sulle reti sociali informatiche. Le reti sociali possono veicolare la mobilitazione della cittadinanza globale nella difesa della salute; facilitano l’accesso alle conoscenze, la collaborazione scientifica e l’interazione tra sistemi sanitari nazionali (per esempio in risposta ad allerte epidemiologiche).

D’altra parte, l’enorme quantità di informazioni (anche false o fuorvianti) rese accessibili a milioni di persone va molto al di là delle capacità della loro verifica e metabolizzazione, contribuendo paradossalmente ad una massiva ed in alcuni casi pericolosa disinformazione, anche sanitaria.

I mercati online consentono transazioni istantanee, al di fuori di ogni controllo; il mercato farmaceutico virtuale è una delle principali fonti di distribuzione di farmaci falsi o contraffatti. Al tempo stesso la rete favorisce interazioni che sono all’origine della diffusione di nuove patologie (cyber-bullismo, ludopatie, disturbi del comportamento, etc.).

Come raccogliere dunque la sfida della salute globale?

Le crisi sono occasioni di ripensamento e crescita.

Forse l’epidemia di Covid-19 può offrire all’umanità e a ciascuna/o di noi un’opportunità.

Non solo siamo chiamate/i a prestare un’attenzione particolare al comune destino planetario dell’umanità, e quindi a ricostruire la necessaria solidarietà internazionale – ma anche intergenerazionale – per farvi fronte; diviene indispensabile piuttosto intraprendere individualmente e collettivamente una trasformazione profonda.

È un invito a ripensare i nostri consumi, i nostri comportamenti alimentari, lo stile di vita e le nostre relazioni sociali, l’uso del tempo e del territorio che ci ospita.

Si tratta di rigenerare il modo in cui si affronta il tema della salute in una prospettiva valoriale più consona alla costruzione di una società umana sana, conviviale, in armonia con la Natura e fondata su fondamentali e inalienabili diritti umani.

Autore

Dottor Eduardo Missoni

Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Roma “La Sapienza”, si è più tardi specializzato in Medicina Tropicale, ottenendo anche un Master of Science presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine.

Ha operato a lungo nei Paesi in via di sviluppo prima come volontario civile (Nicaragua), dedicandosi all’assistenza medica, alla promozione sociale delle comunità contadine ed alla gestione della sanità pubblica. Successivamente, come funzionario dell’UNICEF (Messico), lavorando per la sanità di base, l’infanzia e la promozione della donna. Dal 2001 insegna “Politiche Globali per la Salute” all’Università Bicocca (Milano), e negli anni 2009-2010 è stato Visiting Professor per “Etica e Organizzazioni Internazionali” allo IOMBA dell’Université de Genève (Ginevra).

Membro del comitato scientifico di ISDE, Associazione Medici per l’Ambiente.

Letture consigliate